mercoledì 13 febbraio 2013

Un San Valentino rosso sangue di Marco Bertoli

Un San Valentino rosso sangue
di Marco Bertoli
Il vapore acqueo si sentì improvvisamente stanco in quel tardo pomeriggio di martedì 14 febbraio 1961, giorno di San Valentino, e si condensò. La nebbia si distese in languide ondate, ricoprendo il corso della valle incisa dal fiume Magra. Il manto di bruma, all’apparenza uniforme e statico, era in realtà una massa viva, agitata da improvvisi mulinelli e vigorose correnti che qua addensavano le goccioline rendendole compatte come un muro di mattoni, là al contrario le separavano conferendo alla foschia la trasparenza di un velo di organza. Un banco più fitto calò sulla strada che attraversava la Selva di Filetto, bordando le mura bizantine dell’omonimo piccolo borgo.
Al volante del suo “OM Lupetto”, Adolfo Pitimorsi, Fino per gli amici, tirò un sacrosanto moccolo quando la madida cappa avvolse il suo autocarro. Era già in ritardo con l’ultima consegna della giornata, una credenza da portare a Mocrone, e adesso ci si metteva anche quella maledetta nebbia. Accese le luci di posizione, più per farsi vedere che per migliorare la visibilità quasi nulla. Fortuna che in quel tratto la carreggiata correva dritta come il solco inciso da un aratro.
Sacramentando come un turco ateo, Fino avvistò all’ultimo istante la figura scura e solida che emerse all’improvviso dall’impalpabile mare lattiginoso. I secondi che intercorsero da che il suo cervello la riconobbe come una ragazza che camminava a fatica, un braccio premuto contro lo stomaco, l’altro proteso in avanti in un gesto di supplichevole aiuto, al momento in cui il piede, lasciato l’acceleratore, spinse il pedale del freno furono troppi: il camioncino piombò sulla giovane con tutta l’inerzia delle sue cinque tonnellate.
Un raccapricciante tonfo sordo concluse la giornata di trasporti.
Il brigadiere Marco Matassoni, verace sangue anticlericale romagnolo, aggiunse le sue imprecazioni, sia pur sibilate a denti stretti, a quelle diffuse due ore prima tra i castagni secolari.
Il suo superiore, il maresciallo Vegnuti, era in licenza – insieme alla consorte in gita a Rapallo – quindi, attualmente, era lui al comando della stazione dei carabinieri di Villafranca, un paese della Lunigiana dove la vita scorreva tranquilla, non turbata da delitti degni di nota. Beh, almeno non spesso.
Si aspettava di trascorrere una settimana in rilassata noia e invece eccolo lì, in piedi nell’umidore nebbioso, osservando il dottor Alderici, medico condotto e legale nella fattispecie, chino sul corpo straziato di una giovane donna dall’età apparente di venti anni. Alle sue spalle, seduto su un paracarro, sentiva Fino, distrutto dal rimorso, rispondere tra i singhiozzi alle domande rivoltegli dall’appuntato Zani.
«Sa chi è?» chiese, confidando nella vastità delle conoscenze del dottore che aveva in cura tutto il circondario.
«Si chiamava Elsa. Era l’unica figlia della vedova Spinetti. Aveva ventuno anni e aiutava la madre che fa la sarta» bofonchiò a spezzoni l’interpellato, senza alzare il capo e continuando nel suo esame.
«E’ morta sul colpo?» domandò poi, tanto per continuare la conversazione piuttosto che per reale esigenza d’indagine. Il caso era lampante: decesso per incidente stradale.
«Sì» disse il medico rialzandosi con uno scricchiolio di giunture. «Tuttavia sarebbe spirata comunque» aggiunse in tono sibillino.
Matassoni, le fini sopracciglia bionde aggrottate, gli lanciò uno sguardo interrogativo.
«E’ stata pugnalata allo stomaco. Tre colpi almeno. Sferrati con forza. Non poteva sopravvivere a lungo con un’emorragia di tale gravità. Mi stupisco, anzi, che sia riuscita ad arrivare sin sulla strada: non è stata ferita qui» spiegò Alderici serio in volto, indicando una serie di macchie di sangue che dall’asfalto bagnato si perdeva nell’erba. Stava per soggiungere qualcosa, ma il brigadiere non lo ascoltava più.
Immaginando nelle orecchie la secca reprimenda del maresciallo Vegnuti per la sua superficialità investigativa e la mancanza di spirito di osservazione, Matassoni si lanciò sulla pista, scrutando il terreno con occhi ora da falco.
La scia di gocce cremisi lo condusse, serpeggiando tra i tronchi degli alberi, sino alla malmessa porta di legno di una costruzione addossata all’esterno delle mura di cinta di Filetto. La chiusura era costituita da un semplice chiavistello metallico, già tirato. Per precauzione, slacciò la fibbia della fondina della Beretta d’ordinanza prima di varcare la soglia.
L’edificio consisteva in un unico locale adibito a deposito di attrezzi agricoli, ma un materasso e alcuni stracci in un angolo suggerivano che la stanza servisse d’alcova per incontri d’amore clandestini. Al centro del pavimento una pozzanghera di sangue rappreso segnava il punto in cui Elsa era stata ferita. Una rapida perquisizione non produsse indizi utili a identificare l’assassino.
Tornato sul luogo dell’investimento, Matassoni si scusò con il dottore per averlo piantato in asso, rabbonendolo in parte con la conferma della giustezza della sua supposizione.
«Stringeva questo nella mano destra» disse burbero Alderici, tendendogli un braccialetto di corallo rosso. Il carabiniere non era un esperto, ma comprese che era un gioiello di valore. Troppo costoso per la giovane figlia di una sarta di paese, oltretutto vedova.
Mentre riponeva il bracciale all’interno di un taschino dell’uniforme, chiese quasi umilmente: «Ha altro da riferirmi?».
«Dovrà aspettare i risultati dell’autopsia che eseguiranno al “S. Antonio Abate” di Pontremoli» sbuffò Alderici, abituato al modo di fare di Vegnuti, spiccio ma sempre educato e formale. «Comunque, fossi nei suoi panni, cercherei un’arma da taglio lunga e sottile, tipo uno stiletto, non certo un comune coltello da cucina. E ora, mi scusi, ma vado in paese a telefonare all’ospedale perché mandino un’ambulanza a rimuovere il cadavere di questa poveretta. Poi andrò dalla madre a portarle la brutta notizia. Salvo che non voglia farlo lei di persona».
Il carabiniere scosse compunto la testa, felice che fosse il medico ad assumersi quello spiacevole incarico.
Contemplando la schiena rigida che si dissolse presto nella caligine, Matassoni lasciò uscire dalla bocca un lungo e accorato sospiro: che bella gatta da pelare gli era capitata!
Quando la strada fu di nuovo libera, Elsa portata via e Pitimorsi diretto a casa con il suo carico di dolore, il brigadiere non ebbe difficoltà a trovare l’abitazione della vittima. Illuminato dall’iridescente chiarore dei rari lampioni persi nella nebbia, un via vai mesto contrassegnava, infatti, un uscio verde, l’adito di una casa malconcia situata nella piazza della chiesa di Filetto: le novità, brutte o cattive, si spargono in fretta nei piccoli borghi.
L’apparizione della divisa nera provocò il subitaneo interrompersi del mormorio diffuso che forniva il sottofondo ai pianti e ai gemiti di dolore profusi dalla madre della vittima. Dal nugolo variamente assortito di comari, strette nella cucina a confortare con le parole e la presenza lo strazio della sarta, sortì fuori un donnone basso e tondo che fece cenno a Matassoni di seguirla.
Accolto in un minuscolo tinello, il brigadiere apprese dalla signora Tiradani, un’amica di famiglia, l’intera storia della breve vita di Elsa il cui succo si riduceva a: essere una figlia e ragazza ammodo, tutta casa e chiesa, senza grilli in capo. L’investigatore non si aspettava nulla di meno: quando mai, infatti, viene ammazzata una persona che lo merita per davvero?
Insistendo con garbo, però, riuscì a estorcere all’apologetica matrona l’ammissione che negli ultimi tempi la giovane era cambiata, assumendo atteggiamenti più disinvolti. La colpa era senza dubbio del suo moroso, di nome Arturo, nipote delle nubili sorelle Ghironi, un giovanotto di Parma trasferitosi temporaneamente dalle zie per “problemi” sorti con il padre. «Tutta l’aria del mascalzone, se capisce cosa intendo» fu il commento finale.
Annuendo compartecipe, il brigadiere fiutò una possibile pista: coltellate selvagge e ripetute di solito si collegavano a un forte stimolo emotivo. Un delitto passionale? Magari il focoso giovane aveva preteso di più di qualche bacetto e la ragazza si era rifiutata, scatenandone la furia omicida. Dopo tutto non era quello il giorno della Festa degli Innamorati?
“Calma, Marco” si ammonì, prima ancora di figurarsi Vegnuti che lo rimproverava di saltare alle conclusioni: “Nessuno di questi tempi va in giro con un pugnale!”. Passione e premeditazione: un bel dilemma. In ogni modo, il moroso era un buon punto di partenza. Nell’atto di congedarsi, lo colse un’ispirazione improvvisa. «Potrei dare un’occhiata alla camera della… ragazza?».
La sua guida chinò la testa da un lato, squadrandolo come il merlo valuta il verme, quindi, pur con aria riluttante, acconsentì in silenzio, conducendolo per un angusto corridoio dalle mattonelle sconnesse fino a una stanzetta sul retro.
L’arredamento era modesto al limite dello squallido: un letto, un comodino, una sedia, un armadio, un cassettone, coronato da uno specchio di cui un buon terzo aveva perso l’argentatura, e un paio di semplici mensole. Nonostante il piglio inquisitorio della sua accompagnatrice, il carabiniere scartabellò con calma tra i libri, essenzialmente romanzi di Liala e Delly, aprì armadio e cassetti, ben attento a non mettere in disordine, ma non trovò nulla d’interessante. “Eppure molte giovani di quell’età si confidano con un diario”, si disse pensoso. Volse attorno lo sguardo. D’impulso si chinò a scrutare sotto il letto: una piastrella contro il muro era leggermente sollevata. Incuneando a fatica un braccio, la raggiunse e l’alzò, rivelando un incavo sottostante: le punte dei polpastrelli toccarono una copertina ruvida.
Rialzatosi, incurante delle acute rimostranze della comare, spostò di peso il giaciglio e s’impossessò del quadernuccio custodito in quella nicchia neanche fosse stato il Santo Graal.
Lo sfogliò rapidamente. Era, in effetti, il diario di Elsa, ma le annotazioni erano saltuarie, s’intensificavano soltanto verso la fine, quando descrivevano il turbamento sentimentale della ragazza nei confronti dell’audace parmigiano. L’educazione ricevuta era fonte di travaglio per la giovane, combattuta tra la sincera paura di peccare e l’ardente desiderio di concedersi all’innamorato.
Più interessante si rivelò la lettura di un foglio dattiloscritto piegato più volte, racchiuso tra le ultime pagine:
Amore mio adorato, domani è la festa degli innamorati.
Ti prego, inconrtriamoci al solito posto: anche se sono malato, ho bisogno di vederti. Ti scongiuro, voglio srtringerti tra le mie braccia. Posare le mie labbra sulle tue. Ti aspetto alle quattro: non mi rtradire.
Con amore sincero, tuo per sempre
Arturo
“Bel colpo” rimuginò tra sé Matassoni. “Questo biglietto colloca il moroso sul luogo del delitto. E non sarà difficile trovare la macchina da scrivere utilizzata, con quella lettera “o” fuori linea… Di sicuro è un assassino dell’ortografia: tre errori in neppure sei righe!”.
«Questo lo prendo io» comunicò alla sua sorvegliante che, per quanto stizzita, non ebbe il fegato di opporsi.
Ricevute le indicazioni per raggiungere la dimora di Arturo, prossima meta delle sue indagini, il brigadiere si accomiatò, ben lieto di fuggire dall’atmosfera di funebre angoscia che gravava nell’appartamento.
Respirando con sollievo la sia pur gelida e umida aria che l’accolse all’esterno, il carabiniere controllò l’orologio: era ora di cena, come gli confermava anche il languore allo stomaco. L’ora ideale per trovare l’indiziato al calduccio tra le mura domestiche.
Palazzo Ghironi era un mondo diverso rispetto a casa Spinetti. Una grande porta a doppia anta, di rovere massiccio punteggiato da borchie di ferro, sbarrava l’ingresso ai cui fianchi colonne in pietra serena sorreggevano un balcone dal cui parapetto spuntavano pericolosamente dei vasi colmi di gerani rinsecchiti dal freddo. Alte persiane chiudevano le finestre disposte sulla facciata.
Matassoni premette il pulsante bronzeo del campanello: l’eco argentina della suoneria rimbalzò dietro il portone. Dopo un buon minuto un battente si aprì con lentezza, cigolando: una donna gradevole, di mezza età, si affacciò dal vano socchiuso. Occhi alteri squadrarono il brigadiere da capo a piedi, quindi una voce dura come acciaio e gelida come neve sulla cresta del Sillara salutò concisa: «Buonasera. Desidera?».
Deluso dalla mancanza dell’effetto che di solito provocava la comparsa di un’uniforme da carabiniere sull’uscio di casa, il militare si erse nel suo metro e settanta per presentarsi formalmente e poi chiese: «E voi siete…».
«Gelsomina Ghironi», la risposta che non olezzava per nulla dell’aroma dolce del fiore.
«Mi risulta che soggiorna qui un giovanotto di nome Arturo».
«Sì, è mio nipote, il figlio di mio fratello» confermò ieratica la sua interlocutrice.
«Devo parlargli con urgenza. E’ in casa?».
«Certo. Entri, le faccio strada».
Sorpreso dal pronto invito, Matassoni mormorò un: «Grazie, signora», guadagnandosi la pronta rimbeccata: «Signorina, prego».
Berretto sottobraccio, non ci teneva a passare da zotico, seguì Gelsomina per un ampio corridoio, illuminato da appliques di cristallo, scrutato dagli sguardi tristi e severi di uomini e donne dipinti nei quadri appesi alle pareti.
La sala da pranzo era vasta quanto l’intero appartamento della vedova Spinetti. Seduto a capotavola di un tavolo di noce massello, davanti a un piatto di minestra fumante, un giovanotto di bell’aspetto in pigiama e vestaglia rimase a bocca aperta e cucchiaio a mezz’aria nel vedere la strana coppia entrare nell’ambiente. Alla sua sinistra, una donna dai tratti simili a Gelsomina, ma appena più anziana, non riuscì a soffocare un singulto di stupore.
Il tempo delle rituali presentazioni, «Mio nipote Arturo, mia sorella maggiore Rosa», «Piacere. Brigadiere Matassoni», e il militare attaccò deciso: «Signor Ghironi, dove si trovava oggi pomeriggio alle quattro?».
«Perché me lo chiede?» ribatté sconcertato il giovanotto, riponendo il cucchiaio nella scodella. Nessuna traccia di ansia sul suo viso.
«Perché a quell’ora la vostra diciamo fidanzata è stata uccisa».
Quasi rovesciando la pesante sedia, Arturo balzò in piedi con un grido strozzato: «Elsa? Uccisa? Com’è possibile?!».
«Pugnalata, per la precisione» sottolineò l’investigatore.
Il giovane si abbatté sulla seggiola, gomiti sulla tavola, testa tra le mani, scoppiando in un pianto dirotto sotto gli occhi esterrefatti delle zie.
Il carabiniere ponderò la reazione del presunto colpevole e stabilì che non si trattava di una messinscena: troppo vere quelle lacrime d’amore spezzato!
«E’ impossibile che sia stato Arturo» intervenne Rosa, dalla voce gentile ma dall’intelligenza acuta nel capire il motivo della visita del carabiniere e a propugnare l’innocenza del nipote. «Soffre d’influenza. E’ chiuso in casa da tre giorni e si alza solo per pranzo e cena».
“Male, molto male” rimuginò Matassoni vedendo crollare il suo bel castello d’ipotesi e allontanarsi malinconicamente una rapida soluzione del delitto.
«Possedete una macchina da scrivere?» s’informò allora per guadagnare un po’ di tempo utile a riordinare le idee.
«Una “Olivetti Lettera 22”. La teniamo in quello che era lo studio di nostro padre» gli rispose piatta Gelsomina, immobile alla sua destra.
«E allora questo come lo spiegate?». Il brigadiere azzannò Arturo, sventolandogli sotto il naso il foglio rinvenuto dentro il diario di Elsa.
«Non lo so! Non l’ho scritto io! Non so battere a macchina!» fu l’accorato diniego che il giovane imbastì tra i singhiozzi convulsi che lo squassavano.
«Lo confermo» interloquì quieta l’algida zia. «Ho provato a insegnarglielo, ma è proprio negato».
«Mi faccia vedere la macchina da scrivere » ordinò brusco il militare a Gelsomina, la voce rampognante del maresciallo che gli rimbombava minacciosa nelle orecchie.
Un largo corridoio, nuovi quadri ancor più vetusti ed ecco lo studio. Al centro di un’imponente scrivania in mogano, regina di una ricca corte di suppellettili e accessori per la scrittura, era appoggiata una Lettera 22 dalla tonalità azzurrina.
«Per favore, scriva quel che le detto» disse alla donna Matassoni che, personalmente, nutriva una profonda avversione per quegli aggeggi diabolici, preferendo la penna stilografica.
Obbediente, la donna si sedette allo scrittoio e infilò con consumata destrezza un foglio nel rullo di gomma.
«S'ode a destra uno squillo di tromba, a sinistra risponde uno squillo» recitò a memoria l’investigatore, patito delle opere teatrali manzoniane. Una raffica di battute e la dattilografa si fermò in attesa.
«Che velocità! Basta così. Me lo dia pure». Il pezzo di carta tra pollice e indice, il carabiniere esaminò il dattiloscritto, confrontandolo con il primo:
S'ode a destra uno squillo di rtromba, a sinisrtra risponde uno squillo
La macchina da scrivere con cui era stato redatto l’invito all’appuntamento amoroso era senza dubbio quella. E allora? Matassoni scosse il capo, il cervello avvolto nelle spire opalescenti di una nebbia che gli ottenebrava il raziocinio. Già si vedeva redarguito da Vegnuti per la sua totale inettitudine quando una vocina gli sussurrò, forse per consolarlo: “Sarà anche svelta, ma quanto a sbagli non scherza”.
Una folata improvvisa disperse la foschia intellettuale. Mise a fuoco le parole: lo stesso errore in entrambi gli scritti. La memoria corse a un compagno di scuola delle elementari affetto da disgrafia: non riusciva mai a scrivere “proprio”, bensì “prorpio”. Una bazzecola per sostenere un’accusa, però un passo nella direzione giusta.
Gli occhi cerulei scrutarono il volto indifferente della donna, poi si soffermarono sul tagliacarte posto sul piano della scrivania: una sorta di pugnale lungo e stretto. La lama rifletteva spavalda la luce del lampadario: era stato ripulito con cura meticolosa. Niente da sperare da quella parte: per quanto conosciuto, il Luminol era ancora lontano dall’impiego odierno.
Matassoni giocò il tutto per tutto. Mostrò il braccialetto di corallo a Gelsomina, tuonando: «Lo riconosce questo?».
«No». Sic et simpliciter.
«Che dici Gelsomina! E’ il bracciale che Leone ti regalò per San Valentino prima di partire per la guerra. Pace all’anima sua: è morto a Giarabub… Dove l’ha trovato, brigadiere?». La calda voce di Rosa pronunciando tranquilla quell’affermazione ebbe l’effetto delle trombe di Giosuè contro le mura di Gerico.
Una sequenza di emozioni contrastanti, rabbia, odio, rassegnazione si tratteggiò sul volto affilato della donna, una maschera di pietra che si sciolse nella devastazione della sconfitta: «Sì, l’ho uccisa io quella sgualdrina. Aveva messo gli occhi su Arturo. Quando ho scoperto che il braccialetto era sparito dal portagioie ho subito immaginato che quello stolto di mio nipote lo avesse regalato alla sua ganza. Non potevo permettere un simile sgarbo. Così, approfittando della sua malattia, ho scritto il biglietto per adescare Elsa nel deposito, dove sapevo che s’incontravano perché una volta avevo seguito Arturo, e obbligarla a restituirmelo. Non volevo ucciderla: avevo portato il tagliacarte solo per rendere più convincente la minaccia. Ma quando le ho visto al polso il bracciale e le ho intimato di ridarmelo, lei ha cominciato a ridere, sfidandomi a riprenderlo. Mi ha definito una vecchia patetica, una zitella ridicola, un’illusa! Abbiamo lottato. Sono riuscita a strapparglielo via, ma Elsa non mollava, continuando a insultarmi, a ferire i miei sentimenti… Non ci ho visto più. Ho tirato fuori il pugnale e ho colpito, colpito, colpito… Quando è caduta a terra, sono scappata via».
Le mani giunte attorno al volto sbigottito, Rosa balbettò sconvolta: «Hai ucciso un essere umano per un braccialetto!».
Matassoni dissentì: «No, ha ucciso per amore».
Piangendo composta, Gelsomina sussurrò con inaspettata dolcezza: «Assomiglia tanto al mio povero Leone…»

3 commenti:

  1. Complimenti per i particolari! :)

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  2. Bello. Rende bene l'atmosfera fredda e inquietante, sia "dentro" che "fuori" l'investigatore.....

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  3. La trama gialla è abbastanza all'acqua di rose, sembra quasi un pretesto per scandagliare vizi e virtù della vita di provincia e le pulsioni umane. Il racconto è scritto molto bene, con uno stile che ricorda vagamente Andrea Vitali.

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